Enrico Letta, relatore di apertura della SPES 2018-2019: «Fare futuro con i giovani»

Restituire al Paese quello che ha ricevuto, investendo sui giovani. È questo il prezioso filo rosso che caratterizza la nuova vita di Enrico Letta e che giovedì 20 settembre lo porterà a Udine per inaugurare, in un evento aperto a tutta la cittadinanza, il nuovo anno di studi della SPES, la Scuola di Politica ed Etica sociale promossa dall’Arcidiocesi di Udine, con il sostegno della Fondazione Friuli e la collaborazione dell’Università di Udine.

Conclusa l’esperienza di premier nel febbraio del 2014 e lasciato il Parlamento nel 2015, Letta ha infatti scelto di dedicarsi alla formazione dei giovani fondando la «Scuola di Politiche». Ad accompagnarlo in questa avventura nomi di spicco come Enrico Giovannini, già ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, e Carlo Cottarelli, per dirne solo alcuni. A Udine, Letta parlerà di «Europa, giovani e futuro», tema più che mai attuale e carico di sfide. «La Vita Cattolica» e «Radio Spazio» lo hanno intervistato in esclusiva. Di seguito l’intervista testuale, che si può ascoltare anche dai podcast di Radio Spazio.

 

Onorevole Letta, il 20 settembre sarà a Udine per inaugurare la Spes, lei stesso ha scelto di dedicarsi alla formazione dei giovani, quanto è importante oggi questo impegno?

«Per me è l’impegno principale della vita. Ci sono momenti della propria esistenza in cui si deve ridare indietro qualcosa alla società. La tendenza oggi è di pensare che tutto avvenga subito, che i risultati arrivino immediatamente, senza investimenti. E invece di investire, e guardare a lungo termine, c’è un gran bisogno. Dunque la formazione è fondamentale, ma se ne fa poca, ecco perché il mio impegno per i giovani: da una parte insegno all’Università a Parigi, dall’altra, nell’ambito del volontariato per il futuro del Paese, ho fondato una scuola per giovani italiani ai quali do la possibilità di fare un percorso formativo nelle istituzioni italiane ed europee, per loro totalmente gratuito».

C’è stato un «boom» di candidature al corso 2019: legge in questo un rinnovato desiderio di prepararsi e un domani fare politica da parte dei giovani?

«Lo leggo sia come un dato positivo che negativo. È positivo perché significa che c’è impegno, voglia di formarsi e voglia di partecipare, ma di questo io ne sono sempre stato convinto. Alle ultime elezioni la partecipazione è stata elevata e dunque non possiamo dire che in Italia non ci sia voglia di politica. Alla “Scuola di Politiche” ci sono a disposizione 100 posti, le candidature sono state 804, tenga conto che bisognava iscriversi inviando un video in cui ognuno si raccontava, dunque una candidatura impegnativa. Questo significa che ci sono 704 giovani motivati che resteranno fuori. Il dato negativo dunque sta nel fatto che questo boom rivela come, altrove, i luoghi di formazione siano troppo pochi rispetto alle reali necessità. Da ragazzo io ho avuto modo in molti ambiti, dentro e fuori il mondo cattolico, di fare diverse esperienze formative, c’era solo l’imbarazzo della scelta, oggi non è così e bisogna porvi rimedio».

Il titolo del suo intervento a Udine si compone di tre parole: «Europa, giovani, futuro». Ma l’Europa sembra seriamente in discussione, allora quale deve essere l’Europa di domani, rinnovata, per assicurare un futuro ai giovani?

«L’Europa di domani deve essere più unita, più efficace e più sociale. I grandi temi di oggi e di domani si risolvono soltanto con l’unità dell’Europa. Penso alla questione chiave delle migrazioni, al terrorismo, alla gestione delle crisi come quella finanziaria del 2008. Più efficace poi perché l’Europa c’è, ma ne vediamo tutti i limiti nel trovare soluzioni che restino nel tempo. C’è il bilancio comunitario che riguarderà i prossimi sette anni, a partire dal 2020, e la cui discussione è iniziata proprio ora. È indispensabile che tenga conto dei veri bisogni dei cittadini di oggi: l’attenzione al lavoro, l’innovazione, l’educazione, il rilancio del programma Erasmus. Un’Europa più efficace è anche quella che sa risolvere i problemi tecnici dell’euro, le difficoltà che abbiamo vissuto in passato».

E infine, diceva, un’Europa più sociale.

«Sì, attenta cioè alla società a partire dai temi della disoccupazione e dell’aiuto alle persone più deboli. Capace inoltre di dare apertura ai giovani, per questo sostengo che non solo si deve valorizzare il programma Erasmus, ma lo si deve estendere fino ai quattordici anni di età. Significherebbe far trascorrere alcuni mesi a ragazzi giovanissimi in un altro Paese, in un’altra scuola: una straordinaria esperienza formativa completa».

Per i giovani (e non solo per loro) il futuro passa per il lavoro. In Italia si sta mettendo mano, di nuovo, a questo capitolo. Premesso che nessuno ha ricette preconfezionate, secondo lei qual è la strada da seguire?

«La questione chiave del lavoro è la formazione. Il lavoro c’è, è richiesto, passo il tempo ad ascoltare aziende che cercano lavoratori. Oggi c’è bisogno da una parte di essere formati molto specificamente, dunque rispondendo a profili tecnici specializzati. Questo equivale a molto studio che richiede una condizione che consenta di farlo, in primis una famiglia che ti aiuti perché purtroppo le borse di studio scarseggiano, ecco perché bisognerebbe rilanciare il tema di una maggior accessibilità alla formazione. Dall’altra parte servono saperi che consentano di essere più flessibili e più aperti, in grado di muoversi nel mondo di oggi, nel passaggio interdisciplinare tra saperi, oltre che essere al passo con le tecnologie e le lingue»

Lei è anche presidente dell’Associazione Italia-Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico). Recentemente ha sottolineato come per un sistema come il nostro, vocato all’internazionalizzazione, sia necessario guardare a quei 10 paesi emergenti – Thailandia, Indonesia, Filippine, Malaysia, Brunei, Vietnam, Cambogia, Laos, Singapore, Myanmar –. Per quale motivo? Ci sono di mezzo anche Trump e i suoi dazi?

«Questo è il mio secondo impegno volontario, in questo caso per aiutare le aziende italiane a conoscere un’area del mondo in crescita straordinaria. Molte aziende lì già ci sono e – è importante sottolinearlo – non per delocalizzare, ma per occupare quegli spazi di mercato con i nostri prodotti. Faccio un esempio per tutti, la Vespa della Piaggio è presente in Vietnam. Ha fatto degli investimenti significativi che hanno dato un grande ritorno, se girate per le strade di Hanoi vedrete tantissima gente che viaggia sulla nostra Vespa e attraverso di essa parla italiano. Questo dimostra che sono Paesi aperti, per noi hanno il vantaggio di non essere enormi come la Cina che dà molti problemi alle nostre aziende. In quell’area c’è molto da fare e siamo parecchio indietro nelle classifiche delle presenze, siamo al 20° posto. Ma come diceva lei, spingere su questo impegno è anche un modo per lanciare un urlo di dolore, un monito: Trump con il suo “America first” e i suoi dazi ha dichiarato guerra ai nostri interessi. È chiaro che si possono avere interessi diversi, ma bisogna sforzarsi di conciliarli. In questo momento l’America produce meno di quanto consuma, noi, invece produciamo più di quel che consumiamo. Se Trump bloccasse il mercato mondiale con i suoi dazi sarebbe un disastro per noi italiani ed europei, ecco allora che guardare ai Paesi in crescita, e che hanno interesse per i nostri prodotti, significa mantenersi sulla strada di crescita e progresso che abbiamo imboccato. Un punto essenziale è dunque capire che la cooperazione è indispensabile e preferibile alle logiche di contrapposizione».

 

Anna Piuzzi​ su “La Vita Cattolica” del 25 luglio 2018

 

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